martedì 17 novembre 2015

In questo post parlo di Parigi a modo mio e non ho trovato un titolo adatto.



Oggi è martedì. Di solito il lunedì apro il blog e cerco di capire come pubblicare e cosa per crescere. Io voglio fare la scrittrice e ho creato questo blog per avere visibilità, per farmi notare per come scrivo. Quando ieri ho aperto questo blog mi sono detta: dopo quello che è successo venerdì che cazzo posso scrivere? Posso mai continuare a scrivere il mio romanzo facendo finta di niente? Posso scrivere la recensione di uno stupido fumetto?
Non me la sento.
Avevo la necessità di scrivere qualcosa su Parigi. Inizialmente pensavo di restare zitta e sospendere qualsiasi giudizio su quello che mi stava succedendo attorno. Ma poi non ce l'ho fatta. Dopo un fatto del genere credo di non poter far finta di niente. Sentivo la necessità di lasciare una traccia in questo blog. Prima di Parigi c'era un mondo, dopo Parigi ce n'è un altro. Devo registrare questo cambiamento in qualche modo, per mia personalissima necessità. Questi sono commenti a caldo da parte di una che sta vivendo questa cosa come ha vissuto la morte di un parente. Lo state facendo tutti, solo che magari non ve ne siete accorti.
Leggo sui social di gente che parla di terza guerra mondiale, di bombardamenti e subito sotto c'è un articolo del mattino che dice che a S. Gregorio Armeno sta arrivando il Natale.
È come trovarsi davanti lo scemo del villaggio che sotto i bombardamenti cerca di salvare la coperta che gli mettevano nella culla quando era piccolo.

Io non vi conosco e non so se avete mai perso qualcuno, se siete mai stati a un funerale.
Quando ti muore qualcuno due sono le cose: o ti da fastidio tutto quello che gli altri fanno per dimostrarti il proprio cordoglio, oppure apprezzi tutto, perché capisci che la gente davanti a dei traumi non sa bene come comportarsi, e fa semplicemente quello che può.
Quando è morta una persona a me cara un sacco di gente con la quale a stento mi salutavo, mi si è fiondata addosso ad abbracciarmi. Io odio gli abbracci e odio le persone. Loro erano convinti che io avessi bisogno di essere abbracciata, cosa per nulla vera (almeno non da loro). Non mi misi a fare questioni, nonostante tutto, perché pensai che semplicemente non mi conoscevano, non avevano idea di quali fossero i miei bisogni, e forse semplicemente erano loro ad aver bisogno di dimostrarmi il loro affetto in un modo plateale, goffo, tipico di chi è in perfetto imbarazzo.
La gestione delle proprie emozioni è un fatto complicato.
Io davanti alla morte reagisco più o meno sempre allo stesso modo: non parlo.
Mi hanno detto di quello che stava succedendo a Parigi con un messaggio privato su Facebook e in un primo istante non ci ho creduto.
Sono corsa a controllare e non ho avuto il coraggio di smettere di fare quello che stavo facendo (mangiare un panino con gli amici) perché continuavo a non capire che era una cosa vera.
Quella sera siamo stati in 3 locali. Di questi solo il primo aveva messo un notiziario, a bassissimo volume, e la gente rideva e scherzava come se il fatto non fosse il loro. Gli altri due locali non avevano messo nessun notiziario, non avevano cambiato musica, ma sapevano perfettamente cosa stava succedendo.
Mi sono detta: se il mondo non si è fermato per questo non sarà poi così grave.
Quando sono tornata a casa sentivo la stessa atmosfera grave di quando hai il morto in casa. Io e i miei non abbiamo chiuso occhio. E poi il giorno dopo si sono aperte le cataratte dei social, dei giornali, e le polemiche e tutto il resto.
Mi sono detta: stai zitta, Chiara. Chi cazzo sei tu per dire qualcosa?
La gente ha cominciato a comportarsi così come si comporta sempre quando succedono i lutti. Fanno piazzate, dicono la loro, esprimono giudizi non richiesti, fanno a gara con chi soffre di più.
E le polemiche. Un sacco di polemiche, che vi riassumerò brevemente così:

- Quelli che biasimano la gente che scrive qualcosa su Parigi, senza rendersi conto di stare facendo lo stesso.

- Quelli che biasimano quelli che biasimano la gente che scrive su Parigi, facendogli notare che stanno facendo lo stesso.

- Quelli che hanno deciso che il giorno dopo già ci si può scherzare sopra e fanno figure di merda.

- Quelli indignati perché nessuno pensa che nel mondo ci sono altri attentati e dicono "perché nessuno ne parla, eh? EH?".

- Quelli che mettono immagini della bandiera della Francia e della Tour Eiffelle e viene biasimata da gente che non lo fa.

- Quelli che vogliono fare la guerra a "ISIS" convinti che questo significa andare a bombardare un paese arabo a caso.

- Quelli che hanno deciso che basta che sei immigrato e automaticamente sei terrorista, anche se sei un russo ortodosso e aiuti le vecchiette ad attraversare la strada.

- Quelli che vogliono pregare per le vittime di Parigi.

- Quelli che biasimano la gente che prega per le vittime di Parigi dicendo che è tutta colpa delle religioni e quindi basta preghiere, non diciamo stronzate.

- Quelli che dicono che siccome siamo laici basterebbe sostituire alla parola "preghiera" la parola "pensiero" così siamo tutti più politically correct.

- Quelli che dicono che sono tutti coglioni quelli che pensano che quello che è successo sia un fatto di religione: è solo politica, fratello. Solo fottuta politica. Amen.

- Quelli che ne approfittano per avere visibilità facendo notare quanto sono rimasti traumatizzati da quello che sta succedendo sputanto hashtag a destra e a manca, giusto per dire "ci sono anche io, vi prego, notatemi".

Io sono una persona estremamente cinica, e come tale mal sopporto tutto questo. Ho cominciato ad avere nausea e una sensazione di insofferenza verso tutto ciò che passava in TV e sui social. Però a un certo punto mi sono fermata e ho detto: cazzo, mi sento proprio come quando mi è morta quella persona cara.
Quello che stiamo facendo tutti noi è metabolizzare un lutto. Quello che è successo a Parigi resta e resterà per sempre un fatto epocale. Quello che succederà da domani non sarà più uguale al domani che ci saremmo aspettati. Questa è una di quelle cose che ti condiziona l'esistenza. è cambiato tutto, è un dato di fatto. Siamo tutti scioccati da quello che è successo, anche quelli che fanno finta di non esserlo e mantengono la loro maschera di cinismo. Siamo tutti scioccati e condizionati.
Per cui mi sono detta: ma io chi sono per biasimare la gente che vuole mettere la bandiera della Francia come immagine profilo su un social? Io non lo farei mai, ma se quella persona sente il bisogno di farlo... beh, non sta ammazzando nessuno.
La gente sente il bisogno di pregare. Non so se ve ne siete accorti, ma esiste ancora chi crede in Dio, e queste persone vogliono pregare per quello che sta succedendo. Tra quelle vittime ci sarà stato almeno un credente che immagino avrebbe apprezzato una preghiera per la sua anima. E allora, se sentite il bisogno di pregare, pregate, cazzo! E la gente che non prega ha tutto il diritto di pensare "che coglioni, questi parlando ancora di religioni", ma non hanno il diritto di imporre la loro visione a tutti gli altri. Non c'è bisogno di essere politically correct sulle preghiere della gente dopo un fatto epocale di questa maniera.
E vi dico anche un'altra cosa: quando si studierà storia si ricorderanno tutti di quello che è successo a Parigi e dimenticheranno per buona parte quello che è successo in giro per il mondo con gli altri attentati e le altre morti, perché così funziona. Questo è un dato di fatto: il mondo fa schifo. Tutte le vittime sono vittime, hanno sofferto, sono morte, hanno la stessa dignità, ma quelle di Parigi hanno un significato particolare proprio perché sono morte a Parigi e in quel modo. Fa schifo, lo so, è una cosa cinica, lo so, ma è un dato di fatto.
Quando studiamo il Sacco di Roma sui libri di storia, lo studiamo come un fatto epocale. Ricorderemo sempre che il Sacco di Roma è avvenuto in un contesto di guerre per il predominio in Europa di una serie di fazioni, ma lo ricorderemo sempre e comunque come il culmine, come il fatto più significativo.
Quello che è successo a Parigi è come il sacco di Roma. Non sarà mai la stessa cosa per noi quello che succede in Siria, a Beirut o in Kenya. Parigi significa qualcosa, storicamente. è un simbolo. Parigi, la Francia in generale, hanno visto nascere il nostro pensiero moderno, la filosofia che ci ha portati ad essere quello che siamo, alle rivoluzioni per la nostra libertà, alla carta dei diritti, all'abolizione della schiavitù... tutto è in qualche modo collegato a Parigi. Colpire Parigi significa colpire il simbolo di quell'Occidente che siamo diventati oggi. Significa colpire la nostra storia e in qualche modo appropiarsene e trasformarla.
Per questo, dico, che ci comportiamo come se ci fosse morto un parente. Parigi è un parente caro. Siria, Beirut e Kenya sono conoscenti. Ci possiamo stare male, ma non sarà mai la stessa cosa. Se il giorno che vi ammazzano il padre ammazzano pure il collega di vostro padre, voi pensate al collega (che magari vi faceva anche i regali a Natale o vi cambiava il pannolino da bambini) o pensate a vostro padre?

Quello che sta succedendo con l'Isis è un lavoro sociologico, antropologico, psicologico. Quelli che guidano l'Isis sono persone abbastanza colte da sapere cosa fa male all'uomo medio Europeo e occidentale, perché ci conoscono. Fanno tutto quello che potrebbe fare un cattivo dei fumetti per dimostrare di essere veramente un super cattivo. È un'orchestrazione cinematografica eccellente, una costruzione pianificata portata avanti da gente che ha la freddezza criminale di chi sa esattamente quali tasti toccare per far scatenare una paura irrazionale nella gente.
Dicono che non bisogna avere paura per non dargliela vinta. Io ho una paura fottuta, cazzo, questo ha cambiato il mio universo. Ma questo non mi farà smettere di pensare quello che penso e non mi convincerà mai a gridare di uccidere la bestia, non mi convincerà mai, quello che è successo, che sia giusto cominciare una caccia alle streghe.
Noi abbiamo avuto la fortuna di essere nati in Europa. Non lo abbiamo scelto noi, di nascere qui. Non abbiamo scelto noi di nascere in questo mondo e in questo periodo storico. Non è colpa nostra. Ma possiamo scegliere di restare calmi, freddi; possiamo scegliere di aprire gli occhi e pensare che tutto questo è fatto apposta per creare preconcetto, odio, violenza, sconfitta. Ricordiamo sempre che di mezzo ci finiscono quelli che non c'entrano un cazzo e che non dobbiamo prendercela con il primo che passa, che sia un nostro contatto su un social che non ha capito niente, o che sia un musulmano che incontriamo per strada. Approfittiamo di quello che è successo per usare tutte le armi in nostro possesso per restare liberi nell'unico modo in cui si può essere liberi: intellettualmente. Apriamo libri di storia, vediamo approfondimenti. Documentiamoci per capire cosa sta succedendo per cercare di farci un'opinione personale, senza lasciarci condizionare dalla nostra paura e senza diventare dei complottisti del cazzo.
Nel mondo le guerre ci sono sempre state. C'è stata sempre violenza, dolore, morte, distruzione, carestie. Abbiamo più paura di tutto questo perché siamo ancora traumatizzati dalla seconda guerra mondiale. Abbiamo avuto la fortuna di non aver mai visto una guerra in faccia. La conosciamo per sentito dire (almeno quelli della mia generazione). Ma non siamo nati in un mondo in cui non possiamo fare altro che imbracciare il fucile e andare al fronte. Siamo nel mondo in cui l'informazione è a portata di mano. Sono tempi in cui la libertà intellettuale può esistere, ma dobbiamo costruircela noi, esercitando il nostro senso critico e non cedendo all'idea che soltanto tramite l'aggressione incondizionata del "diverso" possiamo mantenere la nostra personale sicurezza.

Ps: la foto che ho scelto di usare per questo post l'ho rubata a una mia amica che vive a Parigi, per la quale sono stata molto in pensiero fino a quando non ho ricevuto la conferma che stava bene.
Il post con il quale presentava la foto è questo, ed è con questo pensiero che voglio lasciarvi:




martedì 10 novembre 2015

La Guardia dei Topi, Autunno 1152 [Recensione]

La Guadia dei Topi è una saga di David Petersen, edito in Italia da Panini, nella collana 9L.
Il nome della collana si legge "NOVELLE". Un sagacissimo gioco di parole. Già.
Parliamo di storie di animali. Avete presente le favole di Esopo e tutti gli altri grandi classici della letteratura infantile, nei quali i protagonisti delle storie sono degli animali umanizzati?
Ecco, siamo su quel filone lì. Ma andiamo con ordine.

David Petersen
Un autore americano la cui biografia potrete comodamente trovare qui.
Da quello che ho capito, Petersen è famoso proprio per la creazione di questo ciclo di favole grafiche ambientate nel mondo dei topi e che si chiamano, appunto "La Guardia dei Topi".
Pare che tutto il ciclo finora pubblicato abbia riscontrato un certo successo.
Da quello che si evince anche da quanto scritto stesso dall'autore nell'introduzione al primo volume, si tratta di una specie di idea che gli è cresciuta nella testa e ha cominciato a prendere vita pian piano.
Quello che possiamo effettivamente dire, è che questo autore ha creato un vero e proprio mondo, con le sue regole e la sua società, le sue caratteristiche, e questo è un elemento tipico degli scrittori del fantasy classico e della fantascienza. e per questo motivo dobbiamo inchinarci di fronte almeno alla sua capacità di immedesimazione e creazione di un mondo fantastico.
La caratteristica di questo universo è che non si tratta di un fantasy semplice, pieno di magia e roba del genere. Potremmo definirlo forse un fantasy per l'ambientazione favolistica, per i protagonisti che sono tutti topi, per l'epicità insita nei temi trattati, ma è un fantasy cosiddetto low-magic. Non ci sono (per ora) magie e strani mostri. Tutte le difficoltà che i nostri topini arrivano ad affrontare, sono difficoltà dovute alle avversità della natura (e si sa che i topi sono delle ottime "prede"), che i nostri eroi affronteranno con le loro semplici abilità, senza dover ricorrere ad artefatti magici.

Autunno 1152
Credo sia un capitolo piuttosto introduttivo, volto principalmente a presentarci i personaggi che dovremmo seguire nei prossimi capitoli, ovvero Saxon, Kenzie e Rand.
In un mondo in cui i topi, prede per eccellenza, sono costretti ad organizzarsi in piccole e chiuse comunità protetti dalle avversità del mondo esterno, i membri della guardia sono l'unica via di comunicazione e protezione verso l'esterno. Un po' moschettieri e un po' cavalieri, i topi della guardia hanno giurato di proteggere i loro simili.
Ma quella che sembra essere la città più importante, dall'emblematico nome di Tanasicura, è minacciata da un nemico che non viene dall'esterno, bensì dall'interno: un gruppo di traditori decisi a rovesciare il governo.
L'andamento della storia è narrato per capitoli, potremmo dire sei atti,ben suddivisi.
La costruzione narrativa della storia funziona bene, è lineare, ma non sono molto chiari i colpi di scena e l'effettivo ruolo dei vari personaggi. In effetti le differenze caratteriali, gli approfondimenti psicologici, sono appena accennati. Talvolta ho avuto dei problemi a seguire la trama, poiché l'autore è come se partisse dal presupposto che tu conosca gli effettivi attori della vicenda, che tu li abbia interiorizzati, e presume che tu abbia delle reazioni anche forti a quelli che sono i colpi di scena della storia.
Ci troviamo davanti caratteristici personaggi eroici pronti a sacrificare la propria vita per salvare il mondo, insieme a misteriosi eroi del passato dalla potente e leggendaria arma, creduti dimenticati, ma che ripoppano improvvisamente per combattere contro il comune nemico.
Devo dire che la storia è costruita in modo da farti vivere le preoccupazioni di questi topi che si affannano per sventare il colpo di stato. L'autore di questo colpo di stato, però, non l'hai visto manco mezza volta prima che ne venga svelata la reale identità. Questo significa che a me passa per il cazzo che quello sia il cattivo, non mi hai dato alcun colpo di scena, perché dentro di me non c'è alcuna sorpresa per aver scoperto che il cattivo è un topo di Tanasicura.

Personaggi
Gli stessi tre protagonisti, che dovrebbero avere un carattere ben definito, sono delle figurine bidimensionali appena accennate. Non hanno un modo di comportarsi ben pianificato, non hanno rivalità, punti deboli, caratteristiche comportamentali che possano renderli dei personaggi vivi e veri.
Nonostante questo, si potrebbe abbozzare un piccolo schema identificativo:

















Kenzie
è il topo grigio con il mantello viola (anche se in questa immagine sembra blu) e il bastone. Sembra un po' il Gandalf della situazione, penso sia il membro anziano del piccolo drappello e a quanto pare è una specie di leader.

Saxon
Si capisce vagamente da due battute alla fine del libro che ha qualche problema a riconoscere l'autorità di Kenzie, come se tra i due ci fosse una sana rivalità.
Forse è quello un po' più truce. Lo si capisce più dai disegni che dai dialoghi.
È il topo marrone con il mantello rosso.

Lieam
Topo rosso con mantello verde. Sempre alla fine di tutta l'avventura si capisce che è un giovanissimo membro della guardia che si dimostra essere molto promettente.

Tutto quanto detto sopra, ribadisco, si capisce pochissimo e durante la lettura del fumetto ho avuto qualche difficoltà a barcamenarmi tra topi dai colori di pelo e mantello simili e dialoghi piatti, completamente privi di una capacità di far evincere una caratterizzazione profonda.
Spero vivamente che si corregga il tiro nei futuri libri.

I Disegni
Il formato "quadrato" del libro è molto particolare e permette all'autore di giocare al massimo con la libertà delle tavole, che sono ben strutturate e molto evocative, sia per il soggetto, molto particolare, e le ambientazioni, sia perché l'autore gestisce molto bene le "inquadrature" in maniera fresca e basandosi più sugli effetti di enfasi che vuole creare, piuttosto che alle solite regole che sottostanno alla programmazione delle tavole.
Per fare un esempio: si prende la libertà di utilizzare metà pagina per un semplice primo piano, facendo in modo che il lettore metabolizzi quel primo piano come un attimo di profondo sconcerto del soggetto ritratto in una situazione difficile e tesa.
I toni dei colori sono belli e autunnali, i topi non sono alla Walt Disney, ma sono degli esserini tenerissimi ma capaci di grandi cose.

In Conclusione
Ragazzi, non è un capolavoro né come fantasy né come caposaldo della letteratura per ragazzi, ma è molto particolare e promette bene.
L'idea di utilizzare degli esserini minuscoli in un mondo di avversità è un buono spunto di riflessione, metaforico anche per la nostra stessa esistenza. E, in qualche modo, l'idea di un mondo frammentario e in gravi difficoltà di comunicazione tra una cittadella fortificata e l'altra, e lo stato di continua emergenza contro bestie feroci enormi (un serpente da affrontare può essere a tutti gli effetti paragonato ad un combattimento contro un drago), e contro agenti atmosferici imprevisti (una pioggia torrenziale è un vero e proprio cataclisma), bene si sposano con un'ambientazione medievale (sempre perché nel nostro immaginario il Medioevo appare come un periodo storico particolarmente buio e tetro, pieno di misteri e pericoloso per l'uomo comune).
Attendiamo con ansia nuovi numeri, in modo che si possa approfondire il discorso sulle caratteristiche dei personaggi male espresse in questo primo numero, e in modo da poter sviluppare meglio la storia e l'ambientazione che, in potenza, meritano attenzione.

A chi lo consiglio
Agli affezionati delle storie epiche e fantasy; a chi si è innamorato del signore degli anelli e vuole ricordare non la storia, ma certe atmosfere; a chi piace la letteratura per ragazzi non molto impegnata.

A chi non lo consiglio
A chi ha qualche problema coi topi; a chi non piace il fantasy e le storie epiche; a chi non riesce a immedesimarsi in un topo.

PS: da quello che vedo il successo della serie a fumetti ha fatto nascere anche un gioco di ruolo. A breve magari vi parlerò anche di questo!


martedì 3 novembre 2015

[Tony Sandoval] Nocturno - Recensione

Oggi recensisco un graphic novel di Tony Sandoval edito da Tunuè che si chiama Nocturno.



Complessità di situazioni e maturazione interiore in una storia sensibilissima che indaga la crescita personale di un singolo individuo interpretandola come una storia epica, fortemente radicata nella cultura fantasy, ma dai risvolti più contemporanei.
Come descrivere questo gaphic novel?
Sembra un piccolo grande sogno, e dico sogno perché la dimensione onirica di ambientazioni e personaggi fanno pensare ad una storia eterna e indefinita, che si radica quasi in una concezione mitologica e ciclica dell'esistenza. 
Tony Sandoval, grazie al suo magico e caratteristico tratto, riesce sempre a stupirci unendo a storie sensibilissime una grande attualità, oltre all'amore per la musica metal, che viene fuori anche in altri suoi lavori (come il nuovissimo Doom Boy, su cui magari mi soffermerò tra qualche tempo) e che evidentemente per lui rappresenta una fonte di ispirazione.


Tony Sandoval
Il suo tratto sottile ed elegante, le sue splendide e graziose bamboline, sembrano stridere violentemente quando ci si trova davanti la persona fisica di Tony, che è un simpatico omaccione messicano dal forte senso dell'umorismo, nonché incontenibile bevitore di birra.
Ho avuto il piacere di conoscerlo e di comprare praticamente tutto quello che ha pubblicato in occasione del Comicon di Napoli 2015. Lì ho approfittato per osservarlo disegnare, e sono rimasta rapita dalla facilità con cui riesce a tirar fuori dal nulla delicatissime principesse e fatine ad acquerelli e un tratto di penna nera. 
Sono rimasta affascinata da lui, anche per la sua disponibilità, e la passione instancabile per il disegno.
Le sue storie sono quasi tutte storie di crescita, per un pubblico adolescente e non solo. 
Vi consiglio caldamente di leggere tutto quello che ha scritto, soprattutto Watersnakes (di cui spero di poter parlare in futuro) che a mio avviso resta un capolavoro insuperato.
La fotografia di Sandoval l'ho presa dalla sua pagina di Deviantart, che potete trovare qui
Inoltre ha anche un profilo Facebook molto attivo nel quale posta quasi giornalmente immagini dei suoi ultimi schizzi.

Nocturno 
Il Graphic Novel nasce come una leggenda persa nel tempo e nello spazio. Un essere indefinito, con una maschera, si aggira in un bosco e parla con una donna, uno spirito del vento. Questo scenario perfetto, così come le mille e una notte, sono il preambolo di una storia nella storia: si racconta la vicenda personale di Seck, un giovane ragazzo vessato dalla famiglia, che decide di scappare da una casa che gli sta stretta e nella quale si sente un ospite indesiderato. 
Seck non è un ragazzo come tutti gli altri: la morte del padre lo ha segnato tanto da accompagnarlo fisicamente come una presenza costante, simboleggiata dal nostro autore con la rappresentazione fisica (immaginata dal protagonista) del padre morto, sotto forma di scheletro, che comunica al figlio oscuri presagi e lo avverte, quasi fosse una coscienza, degli eventuali pericoli nei quali sta per imbattersi.
Dopo essere scappato di casa ed aver ritrovato un suo amico di infanzia con cui cerca di vincere un concorso metal, conosce una ragazza, Karen, di cui si innamora profondamente, la quale ricambia il suo affetto.
Le difficoltà però non vogliono abbandonare il nostro protagonista, il quale vedrà sconvolta la sua vita ancora una volta da un evento tragico che lo porterà a decidere di fuggire e di coprirsi il volto con una maschera che, depersonalizzandolo, in qualche modo lo rende un personaggio mitico, un giustiziere misterioso.
Ma non finisce qui, perché la storia di Seck continua a sprofondare sempre più, fino a diventare una sorta di sogno dal quale lo stesso protagonista non riesce a scappare, perdendo la propria identità reale e fondendosi sempre di più in una identità astratta ed eterna.
Sarà lo stesso spirito del vento "che imprigiona gli uomini e li fa smarrire" a tradire la definizione data a sé stessa, aiutando il protagonista a ritrovarsi e a riprendere il corso della propria vita, finalmente superando il lutto del padre.
E' una storia a lieto fine, ma, forse per non tradire la propria nota onirica, non è particolarmente chiara. Se ci si aspetta di trovare una linea narrativa logica e perfettamente comprensibile, stiamo sbagliando opera.
Devo dire che ci sono dei punti della trama che non condivido razionalmente, ma che immagino che ai fini della magia della resa totale siano interessanti: l'idea di un ragazzo mingherlino che indossa una maschera grazie alla quale riesce a fare fuori squadroni di stronzi che vogliono ucciderlo, è poco verosimile. Ma, ciononostante, per l'economia della storia, direi che possa funzionare come una specie di cambiamento simbolico del ragazzo che, indossando la maschera, rinuncia alla propria identità, si priva della propria umanità, diventando una sorta di leggenda.

La tenerissima storia d'amore tra lui e Karen è veramente ben descritta, senza azioni mielose e sdolcinate da far venire voglia di vomitare. Si tratta di una storia d'amore che non ha bisogno di troppe parole, aiutandosi con la forza delle immagini che Sandoval, su questo argomento, ha sperimentato e tuttora sperimenta in una poesia visiva veramente molto efficace ed emozionante.




Una cosa che mi ha affascinato moltissimo è la sensibilità con cui Sandoval riesce a descrivere gli stati d'animo dei personaggi, anche per quanto riguarda la musica. 
Il metal è percepito da sempre come una sorta di accozzaglia indefinita di suoni ruggenti e che non si sposano particolarmente con la delicatezza di stati d'animo dovuti all'ascolto, per esempio, della musica classica. Eppure in questa storia Karen si commuove ad un concerto metal come se si trovasse investita da una sinfonia di Beethoven. Per quanto io non sia un'estimatrice di quel genere musicale, credo che Sandoval sia riuscito, come sempre, a descrivere uno stato d'animo con le immagini in una maniera impeccabile e commovente, e ve lo mostro con queste immagini che ho scelto per questa recensione, tutte trovate in giro per la rete. 

A chi lo consiglio: a tutti quelli che amano le storie oniriche e fantastiche, a chi ama il metal, a chi ama Sandoval e le storie di crescita, a chi vuole sorprendersi con una storia d'amore per niente didascalica e scontata.

A chi non lo consiglio: alla gente razionale che non riesce a trovare il bello nei disegni così particolari di Sandoval.